Relazione introduttiva di Patrizia
Gabellini
1. Dalla competizione all’abitabilità: il
carattere contestuale dello sviluppo
E’ significativo che l’assessore allo Sviluppo del
territorio di Milano, comune al centro di una delle regioni urbane più ricche e
importanti d’Europa, abbia riconosciuto una minore attrattività della sua città
dovuta al ridimensionamento di alcune economie esterne (lavoro, disponibilità
di aree, prossimità ai mercati della domanda e dell’offerta), al maggior peso
delle diseconomie (congestione, insicurezza, inefficienza della pubblica
amministrazione), alla possibilità di trovare altrove quella «qualità dei
servizi e di capitale sociale “immateriale”» che a Milano è insoddisfacente.
Sono affermazioni che indicano nelle condizioni del territorio, e in
particolare nelle condizioni di abitabilità, fattori decisivi dello sviluppo.
E’, questa, una consapevolezza che si va diffondendo.
La polarizzazione sulla competività internazionale
delle città, parola d’ordine che ha attraversato l’Europa nei decenni trascorsi
sostenendo le grandi trasformazioni nelle aree dismesse e i progetti di
adeguamento delle reti infrastrutturali, sta lasciando il posto a nuove
preoccupazioni. Una fase importante della Grande trasformazione sembra essersi conclusa
e se ne è aperta un’altra nella quale gli interventi realizzati devono essere
riassorbiti, molti di quelli in progettazione o solo proposti vanno
riconsiderati, ciò che è stato trascurato va recuperato perché le condizioni di
contesto, gli effetti indotti dalle trasformazioni compiute, le novità
intervenute nel ciclo economico (o tutte queste cose insieme) mettono a rischio
i risultati attesi. Si è aperta una fase che ripropone interventi diffusi e
attenzione alle componenti sociali più deboli, per la quale si richiedono
strategie articolate, capaci di aderire alle condizioni specifiche.
Sostituire il termine abitabilità a quello più ampio e
astratto di qualità è modo per sollecitare una rinnovata attenzione alla
spazializzazione delle politiche e, nel contempo, per mettere al centro le
relazioni degli abitanti con i luoghi. “Qualità dello sviluppo” è un invito a
lavorare sull’abitabilità tenendo conto delle differenze territoriali e
dell’irriducibile contestualità dello sviluppo.
Abitabilità è termine
che richiama una condizione di stanzialità, ma nella città e nel territorio
contemporanei, dove convivono diverse “popolazioni”, la stanzialità assume
tante forme conciliandosi e in parte confondendosi con la permanenza
temporanea. L’abitabilità si associa all'identificazione e all'elezione dei
luoghi, mettendo in gioco la dimensione esistenziale e l’esperienza, un sistema
di valori e significati tipicamente soggettivi anche se la loro condivisione
può essere ampia, originare attività e pratiche diffuse fino a produrre
fenomeni di massa. L’abitabilità presuppone, ovviamente, l’esistenza di
requisiti funzionali e, più in generale, il soddisfacimento di prestazioni che
possano essere riconosciute e trattate.
La convergenza di
fattori soggettivi e oggettivi costringe coloro che se ne devono occupare a
muoversi su terreni diversi, alcuni più consolidati e controllabili di altri,
considerando insieme e nelle relazioni reciproche fattori fisici e funzionali,
sociali ed economici, culturali e simbolici.
Potrebbero essere
numerosi gli esempi per convincere del carattere integrato della qualità
abitativa, ma basterà ricordare che alla dotazione infrastrutturale deve
accompagnarsi il buon funzionamento di servizi e attrezzature, quindi
accessibilità, alto grado di fruizione e comfort; che l’abitabilità degli spazi
pubblici non dipende solo o tanto dalle loro caratteristiche fisiche, ma anche
dallo stato di manutenzione quindi dall’investimento continuo
dell’amministrazione pubblica e dalla presenza di sponsor o nuovi mecenati, che
sicurezza, coesione sociale, cultura degli utenti sono condizioni quasi sempre
decisive; che le funzioni (forti/deboli, accentrate/diffuse,
catalizzanti/inerti, isolate/mixate) suggeriscono prestazioni, ma solo le
pratiche d’uso sono in grado di verificarle; che la presenza di riferimenti
storici e di risorse ambientali deve avere un riconoscimento simbolico, essendo
questo il presupposto della cura; che lo stato di manutenzione degli spazi
privati, costruiti e non, dipende dal titolo di godimento degli immobili, dai
livelli di reddito, dai tempi e modi d’uso ….
2. Interpretazioni della qualità: un concetto integrato
Il discorso sulla qualità ha seguito un lungo
percorso a partire dall’inizio degli anni ottanta, da quando si impose all’attenzione
degli urbanisti la necessità di ridefinire gli obiettivi di intervento su città
che non crescevano più in termini demografici, nelle quali la grande espansione
aveva eroso i confini che le distinguevano dalla campagna. “Dalla quantità alla
qualità” sintetizzò gli obiettivi della svolta, la presa d’atto di fondamentali
cambiamenti intervenuti nei processi insediativi e nella domanda di territorio:
qualità, parola tanto vaga quanto allettante, divenne la bandiera per
un’intensa attività teorica e pratica.
Lo sviluppo di alcune grandi reti tematiche,
“Progetto urbano”, “Programmi complessi”, “Sviluppo locale”, “Paesaggio”,
maturate in ambienti culturali diversi e misti sia per gli obiettivi coltivati
sia per gli strumenti teorici e le tecniche utilizzate, ha contribuito, da un
lato, a mostrare il carattere complesso della qualità e il suo essere un
costrutto sociale, dall’altro, a decostruire il concetto rendendolo operabile
sotto diversi punti di vista.
Come è noto, la prima risposta alla domanda di qualità ha preso le sembianze del progetto urbano, ritenuto adatto per ridare “forma e immagine” alla città moderna attraverso un intervento per parti. Le numerose esperienze europee, più delle poche italiane, hanno consentito di mettere progressivamente a fuoco che il progetto urbano, per dare i risultati attesi, doveva legare azioni e opere di scala territoriale con azioni e opere minute; che era un processo da gestire nel tempo e con duttilità monitorando i cambiamenti; che doveva coinvolgere competenze multiple e avvalersi di tecniche molteplici; che doveva attivare forme di partenariato tra istituzioni pubbliche e private, ma anche la partecipazione dei cittadini. L'opposizione tra il progetto urbano e il piano urbanistico ha lasciato progressivamente il posto all'inclusione. Infatti, oggi, è ampiamente acquisita l’idea che la costruzione di un quadro generale di trasformazione passi attraverso una sequenza selettiva, temporalmente e spazialmente discontinua, di operazioni specifiche, tra loro dissimili, tenute assieme da obiettivi trasversali.
Il progetto urbano si
è anche progressivamente confuso coi “programmi complessi”, che a partire dai
primi anni novanta sono diventati un fondamentale canale di finanziamento e di
istituzionalizzazione delle pratiche progettuali, oltre che terreno di incontro
per differenti politiche urbane. Quelli lanciati dall’Unione europea, in
particolare, hanno posto al centro l’attenzione per le società insediate e le
economie locali, con un’accentuazione del carattere integrato delle azioni e
confermando che il territorio è risorsa fondamentale per lo sviluppo e non
supporto logistico, come già dimostrarono gli studi antesignani sulla Terza
Italia.
Diverse
interpretazioni della qualità hanno portato al superamento di un approccio
fisicista e, pur tra contraddizioni e con passaggi ancora irrisolti, hanno
ricollocato il lavoro dell’urbanista nel punto di congiunzione tra spazio,
economia e società, conferendogli una “responsabilità limitata”: l’urbanista
concorre, fa la sua parte in un progetto integrato di qualità per lo sviluppo.
Nello scambio sempre
più fitto con l’Europa, anche teorie e pratiche di intervento sul paesaggio,
altri capisaldi della cultura urbanistica italiana, hanno subito un processo di
revisione nella stessa direzione.
Si è osservato che
3.
Gli scenari come antidoto al
localismo
La deriva possibile di queste reti tematiche è il
localismo, una riduzione dello sguardo e dell’opera a contesti sempre più
particolari, differenti gli uni dagli altri. A temperare questo rischio deve
intervenire un riferimento non rituale ai processi globali. Fa parte della
cultura urbanistica confrontarsi con i grandi fenomeni economici e politici,
con le grandi correnti di pensiero: per necessità, per dare senso e rilevanza
alle scelte e agli interventi proposti. E’ una buona abitudine da non smarrire
e da praticarsi nei modi adeguati, consapevoli di una fondamentale incertezza e
del carattere tentativo e ausiliario di qualsiasi operazione previsiva.
Ricerche recenti delineano scenari, spesso
contraddittori, per le città e i territori europei che in alcuni casi
avvalorano orientamenti già affermati, in altri casi, invece, li mettono in
tensione.
Il calo demografico dell’Europa viene dato come altamente probabile, invertire il trend solo un sensibile aumento della fecondità associato con massicce immigrazioni. La diminuzione assoluta di popolazione, che riguarda anche l’Italia, non significherà declino diffuso, ma presumibilmente concentrazioni e rarefazioni che ricalcheranno in gran parte la mappa della qualità abitativa e modificheranno le condizioni dello sviluppo locale.
Questo
andamento demografico lascia presagire, da un lato, il possibile collasso delle
aree marginali, dall’altro, per effetto dell’invecchiamento e della riduzione
dei nuclei familiari, una possibile crisi del modello residenziale isolato: la
propensione per insediamenti più compatti, infatti, potrebbe essere spinta da
ragioni di sicurezza, dalla migliore dotazione di infrastrutture e dalla possibilità
di accedere a servizi di vario tipo. E’ dunque prevedibile l’abbandono di quote
consistenti del patrimonio edilizio meno pregiato, con conseguenti demolizioni
che potrebbero avere ripercussioni negative sul piano economico e generare
nuove forme di degrado, ma anche offrire opportunità di riqualificazione.
Dati i costi economici e ambientali della città diffusa (moltiplicazione delle reti e impermeabilizzazione progressiva), opportune politiche pubbliche dovrebbero rafforzare le tendenze all’addensamento. D’altro canto, però, la ricchezza delle famiglie continuerà ad alimentare processi diffusivi. Addensamento e dispersione, dunque, sembrerebbero dinamiche ugualmente persistenti ed all’interno delle parti più dense è ragionevole immaginare un alternarsi di aree in declino e aree in ascesa.
In
particolare i processi immigratori, a prescindere dalla loro entità,
continueranno a provocare conflitti per le diverse pratiche d’uso, differenze
nei valori di immobili e suoli per il prodursi di sacche di degrado e ghetti,
una domanda crescente di spesa sociale per mantenere livelli di abitabilità
accettabili.
Sulle
città e sui territori si misureranno gli effetti di un turismo che, «a meno di
forti turbolenze planetarie» e profonde modifiche nel reddito e nei costumi,
continuerà a crescere, premendo sull’uso delle risorse ambientali e del
patrimonio storico e culturale. Il turismo, che è diventato una delle
principali attività economiche europee e italiane in particolare, è generatore
di mobilità e consumi a rischio: questa contraddizione induce a considerare
problematica una politica di suo sviluppo tout-court, quasi fosse “la”
soluzione per i territori in crisi.
La
mobilità delle persone e delle merci, dovuta all’aumento del tempo libero e del
turismo, all’ubiquità di residenze e imprese per effetto della telematica,
manterrà in primo piano la questione della sostenibilità del trasporto
individuale su gomma e dello stoccaggio (di merci e auto), quindi la necessità
di ampliare e qualificare l’offerta di modi di trasporto alternativi e di
considerare il deposito un uso “nobile” del suolo. Ciò comporterà importanti
investimenti infrastrutturali.
I fattori di cambiamento legati a demografia, economia, trasporti e telematica hanno effetti che si condensano sull’ambiente. Ma la consapevolezza dei guasti ambientali tra gli esperti e nell’opinione pubblica delinea uno scenario di «riconciliazione con la natura», infatti consumi di energia, inquinamento e rifiuti possono essere messi sotto controllo con procedimenti e tecniche già collaudati. Le reti ecologiche, i grandi serbatoi di naturalità, l’ambientazione delle infrastrutture, la bioarchitettura sono proposte di grande e piccola scala ampiamente condivise e tecnicamente mature, eppure incontrano difficoltà per i costi, per i conflitti interistituzionali e la resistenza degli interessi minacciati, per la complessità delle procedure, per il mantenimento nel tempo. Il tema ambientale, che attraversa l’Europa e il mondo da oltre dieci anni, appare teoricamente e sperimentalmente dissodato; per questo l’attenzione va decisamente spostata sulla diffusione della consapevolezza e sull’allargamento delle coalizioni sensibili e decise a sostenere politiche e azioni conseguenti.
4.
Radicare nei luoghi
politiche e azioni: situazioni diverse nei territori urbani contemporanei
Se il localismo può diventare un problema perché trascura le relazioni orizzontali caratteristiche dei sistemi globalizzati, occorre probabilmente individuare scale intermedie dove le relazioni orizzontali siano evidenti, ma sia ancora possibile sorvegliare quelle verticali e cogliere specificità sulle quali declinare piani, programmi e progetti. La stagione dell’iniziativa mirata sui centri storici è stata fertile proprio per aver saputo individuare le parti di città nelle quali i nuovi processi urbani erano evidenti e gli interventi potevano assumere rilevanza generale, dove il successo delle operazioni di rigenerazione dipendeva dalla capacità di cogliere gli intrecci e di lavorare in maniera integrata sulle tante variabili in gioco. Quella esperienza, infatti, ha lasciato un sedimento che costituisce un patrimonio che si implementa e dal quale si continua ad attingere.
Nella prospettiva di adeguare politiche e azioni volte
alla qualità dello sviluppo, la città-territorio contemporanea va considerata
un fenomeno radicalmente nuovo: non una omogenea periferia dilagante, ma un
insieme di parti i cui principi insediativi indicano tempi e condizioni di
formazione diversi, parti che s’intercalano e interconnettono variamente,
comprendendo centri storici, campagne e ambienti non antropizzati, per formare
un continuo urbano che non è più
appannaggio delle città metropolitane ma è diventato elemento distintivo
dell’insediamento europeo, dove si manifesta un’interessante molteplicità dei
modi di abitare.
Studi
e buone pratiche degli ultimi quindici-vent’anni hanno portato in evidenza
almeno tre principali situazioni abitative della città-territorio
contemporanea: i nuovi interventi a funzioni integrate; i quartieri da rinnovare;
le colonie di edifici isolati su lotto nei tessuti “pavillonaires”. Tre
situazioni che si possono riconoscere in tutta Europa, nelle metropoli, nelle
città tradizionali e nelle città diffuse, che si distinguono per le radici, per
il peso (in termini di popolazione insediata, suolo urbanizzato, infrastrutture
richieste …), per la collocazione nel territorio e le relazioni che
intrattengono con l’intorno, per gli operatori che le promuovono e le
tecnologie che richiedono, per gli abitanti e le attività che ospitano....;
dove spazio, economia e società si incontrano in maniere inconfrontabili.
Perseguire
la qualità dello sviluppo in queste situazioni comporta problemi, azioni e
procedure sensibilmente differenti; anche se ci si è abituati a tenere insieme
la gamma dei nuovi strumenti definendoli “programmi complessi”, non si può
ignorare la loro diversa utilizzabilità nei casi indicati.
5.
I nuovi interventi all’insegna della mixité: dove
qualità e sviluppo sono progettati
Si tratta degli esiti della trasformazione progettata,
dove si sono potuti esprimere i convincimenti maturati a partire dalla critica
alla città del movimento moderno e dove si sono sperimentati nuovi modi per
creare insediamenti di qualità e per vincere la sfida della competizione. Per
questa carica di attese è opportuno avviare alcuni ragionamenti sui risultati,
usare criteri di valutazione che s’incontrino con quelli approntati a monte, ma
che siano anche capaci di introdurre variabili nuove.
Come moventi di questi interventi si trovano la trasparenza e la collaborazione nella concertazione pluriattoriale, la perequazione delle opportunità e la concorrenza degli operatori, la rapidità del procedimento, la flessibilità delle regole predefinite dall’amministrazione: un complesso di obiettivi in gran parte centrati con il ricorso a progetti urbani e programmi integrati di intervento. L’insoddisfazione attiene alla capacità delle realizzazioni di innescare nella città nuove dinamiche di sviluppo e alla qualità dell’abitare.
Strategicità e qualità sono stati affidati a: mixité funzionale con presenza qualificante della residenza e di quella a costi controllati; ampia dotazione di servizi pubblici, in particolare verde; buona accessibilità e raccordo con l’intorno. Quando si sono riscontrate un’accessibilità inadeguata (gli interventi non seguono sempre il potenziamento delle linee di trasporto pubblico su ferro) e scarsità di funzioni innovative, la critica è stata pronta e puntuale. Altri aspetti influenti sull’abitabilità restano invece tuttora sfocati.
Soprattutto dove il mix funzionale non si limita all’inclusione di commercio e uffici, ma comprende attività economiche, servizi pubblici di rilevanza urbana e metropolitana e/o nodi infrastrutturali, quindi proprio negli interventi di maggior successo, sono sottovalutate le ricadute su privacy, sicurezza, quiete … Della qualità delle case multipiano, esito inevitabile dell’alta densità fondiaria a sua volta connessa con la necessità di riservare ampie porzioni di spazio all’uso pubblico (compensative di gravi arretrati), non si discute, anche se si sa che le preferenze degli abitanti vanno in altra direzione e che questa soluzione tipologica pone problemi non facili per l’articolazione e l’uso dello spazio aperto. Può costituire un problema il parco urbano sotto casa a fronte dell’assenza di uno spazio privato all’aperto: i raccordi, gli elementi di mediazione, i dettagli diventano fondamentali, ma sono costosi per chi progetta, chi realizza e chi mantiene. Il meccanismo della perequazione non è neutrale rispetto a questi risultati: soprattutto se lo scambio pubblico/privato (volumi vs aree da destinare a servizi pubblici) e il trasferimento dei volumi avviene in assenza di un supporto legislativo e di strutture idonee alla sua promozione e gestione le soluzioni tendono verso la semplificazione e la ripetizione: il grande parco intercluso, raramente integrato col sistema limitrofo degli spazi aperti (a volte perfino chiuso da recinzioni a rimarcare la separazione tra i regimi di gestione e di uso degli spazi), sembra la soluzione più facile.
In questi nuovi insediamenti si dovrebbero diffondere le pratiche di progettazione sostenibile, ma una malintesa ricerca di qualità architettonica sembra prevalere.
Sono molti anni che le statistiche sull’andamento
della produzione edilizia attribuiscono il primato ai lavori di recupero
dell’esistente, un comparto eterogeneo, all’interno del quale si nascondono le
specificità locali e si trovano alcuni dei problemi urbani più difficili. Tra
questi, nell’ultimo decennio, si sono imposti all’attenzione pubblica i grandi
quartieri di edilizia economica e popolare costruiti negli anni sessanta e
settanta.
Si tratta, generalmente, di un patrimonio consistente,
spesso sovraffollato o per contro in via d’abbandono, abitato da popolazioni
disomogenee accomunate dalla impossibilità di accedere ad altri tipi di
abitazioni, colpite da varie forme di disagio e povertà, conviventi con
difficoltà; quartieri che pongono talvolta problemi di sicurezza che si
riverberano nel territorio circostante.
In molti casi si è decisa o prospettata la
demolizione, ma è evidente che la soluzione non è generalizzabile, perché
costituiscono fondamentali serbatoi di residenza per gruppi deboli e non è
pensabile un intervento pubblico sostitutivo di dimensioni analoghe. D’altro
canto le grandi dimensioni, l’omogeneità funzionale, la rigidità dell’impianto
generale e la scarsa articolazione tipologica degli alloggi mettono in forte
tensione la capacità di progettare e realizzare un rinnovo in grado di
modificare sensibilmente la qualità abitativa.
La politica francese sui quartieri Hlm costituisce un
riferimento obbligato. Cooperazione interistituzionale e partenariato pubblico/privato,
approccio pluridisciplinare e intersettoriale, coinvolgimento degli abitanti,
dispositivi di valutazione e pilotaggio dei progetti, piani di gestione
pluriennali, accompagnamento sociale sono i diversi elementi di una strategia
globale per aggredire l’indissolubile legame tra degrado fisico e degrado
sociale.
In Italia, le radicali trasformazioni avvenute negli
anni novanta per quel che concerne l’edilizia sovvenzionata (smantellamento
degli Iacp e loro trasformazione in aziende regionali con esigenze di bilancio
in pareggio) comportano la moltiplicazione delle risorse e degli attori
coinvolti in operazioni di rinnovo che si muovano nella prospettiva
dell’housing sociale (e non più dell’edilizia pubblica) mettendo al centro le
relazioni dell’insediamento col contesto e i bisogni delle diverse popolazioni.
I procedimenti previsti da programmi di recupero urbano e contratti di
quartiere si attagliano a queste situazioni. Sostegno e valorizzazione delle
iniziative economiche endogene sono essenziali per avviare processi di
articolazione funzionale.
Gli interventi promossi da industriali illuminati nei primi decenni del secolo scorso, i quartieri razionalisti, quelli realizzati dall’Ina-Casa pongono problemi di natura diversa. Quasi sempre inclusi dall’espansione successiva, epifenomeni di teorie urbane e sociali, hanno in sé potenzialità simili a quelle riconosciute alle parti più antiche del territorio europeo, soprattutto per quanto attiene all’assetto morfologico e alle connessioni con l’intorno. Anche per questo, in molti casi si sono spontaneamente avviati processi discontinui di rinnovo che hanno creato situazioni a macchia di leopardo per il cambiamento parziale della popolazione e del titolo di godimento oltre che per le soluzioni adottate nei singoli casi. La smobilitazione graduale del patrimonio pubblico è spesso all’origine di questi processi, i quali pongono difficoltà specifiche a un intervento unitario di riqualificazione.
Un altro importante ambiente passibile di rigenerazione è costituito dalle frange cresciute come completamenti, soprattutto negli anni cinquanta e sessanta, interventi immobiliari di operatori privati piccoli e grandi, condomini realizzati uno a uno sfruttando al massimo la cubatura concessa su lotti mediamente piccoli, aggiunti negli interstizi dove potevano appoggiarsi a reti e servizi esistenti, oppure ai margini, in attesa di reti e servizi. Vi si trova una condizione abitativa diversa dalle altre: ancora monofunzionalità ma moderata, spazi di relazione non studiati e ridotti a strade dalla sezione indistinta; una tipica mistura di alloggi in proprietà e in affitto (ogni edificio la ripropone al suo interno), ma con una popolazione che ha potuto autonomamente accedere alla casa. Solo in edifici costruiti in massima economia e per questo in condizioni precarie, si sono recentemente inseriti nuovi abitanti con posizioni economiche e sociali fragili, i primi ad essere penalizzati da un eventuale rinnovo. La collocazione è decisiva, in quanto la vicinanza ad aree pregiate, per effetto di trascinamento, potrebbe attivare una riqualificazione diffusa convogliando anche il piccolo risparmio. Effetti analoghi potrebbe avere la creazione di sistemi di spazi d’uso pubblico trasformando le strade e le poche aree libere, ma l’alternarsi di parti dinamiche e parti degradate richiede qui, forse più che altrove, un’attenta interpretazione dello standard qualitativo e delle potenzialità insite in strumenti come il piano dei servizi.
Le forme inaugurali del piano dei servizi erano legate a una politica di welfare basata sul deficit spending. La riedizione, in una congiuntura di austerità forzata e in situazioni diversificate, deve accompagnarsi a strumenti di concertazione flessibili, disponibili a un welfare locale che cerchi di coniugare di volta in volta, nei modi possibili, il progetto con le risorse e l’equità.
Il dato emergente della contemporaneità non è la propensione verso la casa unifamiliare, delineatosi chiaramente agli inizi del secolo scorso con lo sviluppo di una piccola borghesia urbana, ma piuttosto il salto di scala del fenomeno, la sua dimensione territoriale. La novità consiste nel dilagare della casa unifamiliare in numerose e ampie parti del territorio italiano ed europeo, nel suo decisivo contributo ad altri tipici comportamenti odierni: un’elevata mobilità non sistematica e un uso allargato del territorio. Un dilagare connesso alla ricchezza accumulata in questa parte del mondo, la quale consente a strati sempre più ampi della popolazione di soddisfare al meglio i bisogni funzionali e di corrispondere ad altri bisogni (antropologici, esistenziali e simbolici) indotti da una generale modifica del sistema di valori, da forme finora sconosciute di individualismo e dall’importanza che ha assunto la quotidianità del vivere.
Questa forma insediativa prevale decisamente nella città diffusa, ma si trova anche ai margini della città densa e inglobata nella metropoli, raccoglie principalmente una domanda solvibile di casa in proprietà, la sua produzione attiva piccole imprese e operatori importanti (nel caso di villaggi).
E’ una forma apparentemente non-regolata, ma in realtà
guidata dalla consuetudine (eventualmente sancita nei regolamenti comunali o
assecondata dagli intramontabili piani di lottizzazione), oppure autoregolata
per la sua facilità di corrispondere a esigenze individuali (infatti
l’autocostruzione ne costituisce una declinazione frequente). Vi si riscontrano
dunque condizioni abitative polarizzate: a un estremo le colonie di ville e
villette accessoriate di una città diffusa contraddistinta da dinamismo
economico e alti livelli di reddito; all’altro le borgate abusive dove
l’approssimazione delle costruzioni può accompagnarsi alla mancanza delle reti
fondamentali. Nei diversi casi, in una prospettiva relazionale, il problema per
eccellenza è la scarsità assoluta dello spazio pubblico e collettivo, oltre che
la sua articolazione minima associata alla banalità e autoreferenzialità dello
spazio privato.
E’ evidente che un intervento basato su forme di
concertazione e di compensazione pubblico-privato, collaudate nelle grandi
trasformazioni di aree dismesse a proprietà relativamente concentrata, non sono
immediatamente utili. Mentre nelle situazioni ricche una politica fiscale
attenta e finalizzata, magari accompagnata da un sistema di incentivi, potrebbe
raccogliere le risorse necessarie a interventi di strutturazione e
qualificazione dello spazio pubblico, nelle situazioni povere sono necessari
programmi integrati in grado di innescare e accompagnare l’azione di
riqualificazione.
Per motivi diversi nell’uno e nell’altro caso,
costituisce uno scoglio la diffusa convinzione che qualità e sviluppo economico
non siano interessi pubblici conciliabili e costituiscano, invece, alternative
tra le quali scegliere: “la tassazione per finanziare le opere pubbliche toglie
risorse agli investimenti”; “il lavoro viene prima del verde” sono motivi
ricorrenti e condivisi. Una società incapace di cogliere i rapporti tra i
diversi interessi pubblici, tra interessi pubblici e privati, tra interesse
generale e individuale, è forse la principale causa della scarsità di risorse
per la pubblica amministrazione, perché non genera bisogni, aspettative,
domande sulle quale potrebbe legittimarsi una tassazione adeguata a sostenere i
costi della qualità.
8. Restano fondamentali le reti
Mettere al primo posto l’abitare significa lavorare sullo spazio locale e il tempo organico, sulle relazioni di prossimità: condizione perché le reti non abbiano come effetto principale quello di disarticolare il territorio contemporaneo. La ri-strutturazione interna delle diverse parti, col riconoscimento di nuovi “centri” e “confini” é una precondizione per il successo delle reti.
Reti della mobilità con mezzi di trasporto pubblico, reti
ecologiche, reti di servizi e attrezzature articolate alle diverse scale
costituiscono l’indispensabile supporto delle relazioni e degli scambi, ad esse
è affidata la possibilità di rompere isolamenti e diffondere effetti positivi:
anche il “capitale sociale”, infatti, ha bisogno di circolare in un territorio
aperto.
Sulle reti si esprimono gli interessi “diffusi” che
non hanno precisi referenti sociali e vengono portati da minoranze attive. Gli
interessi diffusi, come quelli maturati trasversalmente sulle questioni
ambientali, sono un motore di
cambiamento che per esprimersi appieno richiede capacità di “contemperamento”
con altri interessi, rappresentanza e governo, locale e sovralocale. Questo
conferisce senso e valore alle tecniche di copianificazione, di partecipazione,
di valutazione, tutte utili per contemperare differenti interessi confliggenti.