Laboratorio mediterraneo
Lettera al Direttore di Controspazio - Alessandro Bianchi
Caro Fabbri, la tua lettera di fine anno è, al solito, ricca di stimoli su una molteplicità di temi che, come sai, sono da tempo al centro della mia attenzione e sui quali l’Università Mediterranea di Reggio Calabria sta ridisegnando la propria identità. Ho pensato, allora, con lo slancio tipico che caratterizza gli inizi d’anno, quando si è pieni di energie e non ancora travolti dal quotidiano che avanza (un quotidiano che per il mondo universitario significa oggi confrontarsi con atteggiamenti involutivi di tipo aziendalistico e falsamente efficientisti) di rispondere anziché con una lettera personale con una nota al Direttore di Controspazio in modo che, se lo riterrà opportuno, possa farla diventare una lettera aperta a chi su questi temi fosse interessato ad avviare un colloquio a più voci e, magari in una prospettiva più lunga, a partecipare alla costruzione dell’iniziativa che è l’oggetto centrale di questa nota.
Chiamerò, provvisoriamente, questa iniziativa Laboratorio Mediterraneo Civiltà della Terra, con un nome probabilmente troppo lungo ed enfatico ma che sta a rappresentare, salvo trovarne uno migliore, i tre requisiti che ritengo la debbono caratterizzare: uno strumento di lavoro (il Laboratorio), un luogo in cui ubicarlo (il Mediterraneo), un tema sul quale lavorare (la Civiltà della Terra).
In sostanza il Laboratorio è una idea-progetto che muove da alcuni presupposti che provo ad enunciare sinteticamente, confidando sul fatto che l’eventuale lettore li consideri non già come acquisizioni consolidate ma come riflessioni sulle quali ho certamente raggiunto un sufficiente livello di convincimento (che è quello che mi fa arrischiare ad esporli) ma che, essendo proprio l’oggetto primo della riflessione a più voci che spero possa avviarsi, sono aperti ad ogni possibile integrazione e modifica fino alla loro negazione, il che farebbe cadere l’idea stessa del Laboratorio, restituendoci ad altre, forse meno aleatorie occupazioni.
Primo presupposto
A partire dalla metà anni cinquanta del Novecento, è in atto un processo di progressivo superamento dei canoni su cui si è fondata (e ha vissuto) la civiltà occidentale a partire dalle rivoluzioni intervenute a cavallo dell’Ottocento, che segnarono la definitiva affermazione della Modernità.
Questo processo di superamento o, forse meglio, di fuoriuscita dalla Modernità, è stato ampiamente studiato all’interno di vari campi del sapere, nell’ambito della denominazione comunemente riconosciuta di postmoderno e ad esso è stata attribuita la portata di processo di transizione epocale. Usando le parole di Remo Ceserani, che è certamente uno degli studiosi che hanno trattato con maggiore lucidità e chiarezza il tema, si può sostenere che "il mutamento degli anni cinquanta e sessanta del Novecento abbia sostanzialmente le stesse caratteristiche di quello tra Settecento e Ottocento, che sia anch’esso cioè un cambiamento forte, di tipo epocale". (Ceserani, Raccontare il postmoderno, Boringhieri, 1997, p.23).
Secondo presupposto
Questo processo va considerato definitivamente concluso con l’evento dell’11 settembre, in quanto sono completamente cambiate le due dimensioni costitutive delle relazioni umane: lo spazio e il tempo.
Su questo punto è impossibile argomentare in breve, ma si possono individuare alcuni elementi salienti del cambiamento.
Pur essendo sempre astratto ricondurre ad un luogo-tempo singolare l’inizio o la fine di un percorso storico e dando per scontate tutte le sovrapposizioni e gli effetti di trascinamento, credo si possa fondatamente considerare quello dell’11 settembre come evento conclusivo di un’epoca (la Modernità) ed evento instauratore di un’epoca temporalmente successiva e culturalmente diversa (che, per ora, continueremo a chiamare Postmodernità).
Su questo punto sembrerebbe non essere d’accordo lo stesso Ceserani, che si chiede se "davvero possiamo affermare che l’11 settembre il mondo ha conosciuto un cambiamento epocale", per dire, dapprima, "devo dire che ne dubito molto" e poi - sia pure puntualizzando che "è prudente non azzardare giudizi e classificazioni frettolose" - che "processi storici così importanti non possono essere rappresentati da un qualsiasi avvenimento simbolico".
(Ceserani, La retorica del dramma americano, il manifesto, 6 gennaio 2002).Fermo restando l’estremo riguardo che su questo tema bisogna avere per le posizioni che esprime Ceserani, devo precisare che il mio secondo presupposto esprime un concetto diverso: non si tratta di un evento che ha cambiato un epoca! Tutt’altro, si tratta di un evento che fa registrare la fine di un lungo processo e dice che occorre ragionare all’interno del fluire di un altro processo.
In ogni caso, è esattamente questo che il Laboratorio si propone di fare: discutere a partire dai presupposti della discussione.
Terzo presupposto
La particolare cruenza dell’evento conclusivo-instauratore ha portato all’attenzione in modo subitaneo ed eclatante il fatto (peraltro da tempo conosciuto e studiato sul piano scientifico, ma politicamente ignorato) che le trasformazioni avvenute nella società occidentale durante la fase di transizione dal moderno al postmoderno, non sono rimaste chiuse all’interno di quella parte del mondo ma, al contrario, si sono riverberate profondamente sul resto del mondo, principalmente attraverso le loro componenti degenerative.
Anche qui occorrerebbe argomentare con tempi e modi opportuni, ma alcune valutazioni d’insieme – l’uso scompensato delle risorse energetiche e alimentari; il degrado ambientale e il suo trasferimento verso Paesi non occidentali; lo sfruttamento a scala globale della forza lavoro; la crescita abnorme dell’industria bellica - costituiscono ormai acquisizioni consolidate e le politiche che si vanno consolidando soprattutto ad opera degli Stati Uniti, stanno portando la situazione mondiale a livelli insostenibili.
In questa direzione mi sembra emblematico il recente appello sottoscritto da 108 Premi Nobel, che parte dall’affermazione che "nei prossimi anni la minaccia più seria alla pace nel mondo non verrà dagli atti irrazionali di stati o di singoli individui, ma dalle legittime richieste dei diseredati della Terra", per concludere che la "lotta al cambiamento del clima e la lotta alla proliferazione degli armamenti sono, dunque, le basi su cui fondare il processo di riequilibrio delle disuguaglianze sociali e il processo di costruzione della pace".
In sostanza, su alcuni temi particolari esistono già solide acquisizioni e terreni di azione che possono essere praticati, sicchè su questi il Laboratorio potrebbe muoversi fin dall’inizio in una dimensione propositiva.
Quarto presupposto
E’, peraltro, evidente che la reazione che si è determinata rispetto all’evento - al di la delle valutazione emozionali e politico-militari immediatamente successive, su cui è inutile discutere - altro non è che un tentativo di ricondurre la situazione allo status quo ante, tentativo destinato ad un sicuro fallimento in quanto non coglie la carica semantica dell’evento stesso e rifiuta l’esame delle sue cause non prossime.
Su questa strada sembrano, viceversa, cominciare ad emergere alcuni segnali di attenzione per una indispensabile riflessione sul dopo, che deve partire dalla consapevolezza che non si può pensare che il corso degli eventi riprenda a fluire naturalmente, ossia seguendo le regole preesistenti, perché sono proprio queste a non essere più applicabili.
Registro come tali gli interventi, a partire da settembre scorso fino ai giorni scorsi, di Susan Sontag, Umberto Eco, Ryzsard Kapuscinski, Peter Sellars, Benjamin Barber, Mario Lavagetto
, oltre a quello già citato di Remo Ceserani. Segnalo anche una iniziativa da me avviata (Ripensare lo spazio mediterraneo. Islam, Europa, Occidente, Reggio Calabria, 21 novembre 2001), con gli autorevoli interventi di Mohammed Arkoun e Predrag Matvejevic , nonchè quelli più orientati sugli aspetti architettonico-urbanistici della vicenda, di Cesare De Seta e Paolo Soldini.Questo è certamente il terreno su cui il Laboratorio è chiamato a cimentarsi in una dimensione di riflessione teorica e su cui mi auguro possano arrivare i contributi più incisivi, in un verso o nell’altro che sia.
Quinto presupposto
Il quinto presupposto è una mia (almeno per ora) personalissima convinzione, ossia che l’intero costrutto di cui stiamo parlando possa fondarsi e trovare alimento in un unico luogo fisico: quello che una volta si chiamava il Vecchio Continente, ovvero oggi l’Europa e, in particolare, la sua proiezione mediterranea.
Questa ipotesi è basata sul convincimento che solo in un ambiente euromediterraneo si possono riscontrare le condizioni occorrenti per sviluppare la riflessione cui si è fatto cenno, perché solo questo ambiente:
Ragionando per opposizione è ancora più facile, almeno così a me pare, convenire che queste condizioni non esistono negli Stati Uniti (che negherebbero la gran parte degli stessi presupposti); non esistono nella punta avanzata del mondo occidentale in Oriente, il Giappone (che è passato nella Postmodernità senza aver vissuto una vera Modernità); non esistono in Cina (pur sicura protagonista degli eventi prossimi futuri); non esistono in Russia e nelle Repubbliche del mondo già sovietico (alle prese con spaventosi problemi di ricostruzione di una identità, prima ancora che economici e sociali).
Dunque è qui che questo luogo va fondato, nel Mediterraneo, dove più vivi pulsano i problemi che sottendono gran parte dei problemi che si vorrebbero affrontare (il più drammatico ed emblematico dei quali è certamente la questione palestinese) e dove è più evidente fisicamente quell’immensa frontiera che separa il mondo occidentale da quello orientale.
Ecco, caro Direttore, per tratti più che sommari, i presupposti del Laboratorio (forse, con il tempo, una Fondazione) che mi piacerebbe veder nascere e al quale l’Università Mediterranea di Reggio Calabria è pronta a fornire il proprio apporto.
Se Controspazio (da lunghissimo tempo ormai una costola di questa Università) vorrà fare altrettanto, è possibile che si riesca a coagulare un movimento di intelligenze e di saperi cui dare forma e strumenti adeguati per cimentarsi su un terreno che oggi, con ogni evidenza, è quello della Civiltà della Terra.